Rievocazione Storica de la Contesa
(l'assedio di Viterbo del 10 Novembre 1243)

Liberamente ispirati ai documenti redatti dagli storici Viterbesi ed integrati con elementi dell'epoca e della vita di Santa Rosa

La Contesa raffigura l'insieme dei fatti che videro la Città di Viterbo protagonista nelle vicende politiche in cui l'imperatore Federico II la coinvolse nel suo disegno politico e militare per assicurarsi l'egemonia del territorio Italiano.

La Rievocazione storica si rappresenta il 2 settembre di ogni anno in piazza San Lorenzo, alle ore 21:30, in occasione del Settembre Viterbese.



L'evento Ricordato

L'avvicendarsi della presa di possesso della città di Viterbo testimonia l'altalenarsi della guida politica nel territorio Italiano in cui si confrontarono le Chiavi di San Pietro (Stato Pontificio) con le aquile imperiali (Sacro Romano Impero Germanico). Le due figure del papa Innocenzo IV e dell'imperatore Federico II si contrapposero assicurando la protezione degli amministratori dei centri abitati che si schieravano con uno di loro.

L'imperatore passava gran parte del suo tempo nelle residenze italiane e faceva sentire forte la sua influenza nel governo dei liberi Comuni. Nei numerosi viaggi da Nord verso la terra natia della Sicilia, Viterbo rappresentava una tappa ed una base importante per dar slancio agli attacchi contro la città di Roma in cui risiedeva il Papa. Nella stesa Viterbo, si susseguirono lotte e fazioni in cui Guelfi e Ghibellini, si contesero il relativo e temporaneo possesso della città.

I primi decenni del secolo tredicesimo, furono anni tranquilli, in cui la prosperità si tradusse nel rifiorire delle arti e delle attività economiche. Non fu però altrettanto tranquilla la situazione religiosa, dove le contrapposizioni e le diverse interpretazioni dei fondamenti etici e morali, misero in discussione la stabilità della Chiesa temporale.

E' di quegli anni l'eresia dei Catari o Patarini. che a Viterbo ebbero numerosi seguaci, che condizionando in parte gli eventi politici nel governo della città, ebbero grande importanza nel panorama politico.

E' il momento delle grandi figure religiose, che caratterizzarono l'inizio del secolo tredicesimo e coinvolsero la terra di Tuscia: San Francesco d'Assisi, san Bonaventura e ancor più specificatamente a livello locale Sana Rosa Di Viterbo.

Nella rievocazione storica si vuole ricordare l'atto finale in cui si ebbe la fulgida evidenza dello spirito di indipendenza della Città di Viterbo in cui confondendosi tra storia e legenda si narrano numerosi episodi gloriosi e di altri che pur non ricordando i nomi dei protagonisti, ebbero comunque un ruolo di vitale importanza: l'assedio, la resistenza dei soldati, i poveri cittadini, gli artigiani e i contadini,usi soltanto a piegare le loro schiene nel duro lavoro di ogni giorno, i bambini e i ragazzi che invece di cimentarsi nei soliti loro giochi dovettero far fronte e forse anche ad essere protagonisti di azioni violente.

E' da sottolineare quindi l'eroica resistenza che tutti i viterbesi opposero alle armate del Imperatore tedesco anche se l'ebbero vinta per poco tempo, cambiando poi nuovamente le sorti del potere.

Il 10 novembre 1243, martedì, si ebbe il culmine e il termine del lungo assedio che stringeva la città contro i ripetuti attacchi delle soldataglie al comando dei luogotenenti di Federico II. Le truppe che assalivano da accidente, tra Porta Santa Lucia e Porta del Carmine, non riuscivano a far breccia nelle difese approntate dai cittadini. Nella valle di Faul, dove mancavano le mura, era stato scavato un ampio fossato, con un alta palizzata che chiudeva l'unica parte della città che fosse indifesa. Sulle torri, assiepati oltre ai soldati, vi era anche la popolazione civile. In particolare le donne, oltre a prestare soccorso ai feriti e a portar rifornimento come cibo e materiali d'assalto, a loro volta si cimentavano in veri e propri duelli contro chi riusciva a raggiungere la cima degli spalti dopo aver superato il fossato.

Si ricorda che una di esse, scavalcata tutta inerme la fossa,vibrò con un tal impeto una pietra sulla testa del Teutonico guerriero che ferito,gli strappò a forza l'elmo dal capo e dopo averlo messo sulla sua fronte tornò vittoriosa tra i suoi.

Erano i poderosi strumenti d'attacco, le macchine da guerra, che avrebbero potuto portare in breve tempo alla disfatta dei viterbesi. La maristalla (o maristella) era un'alta struttura su ruote che poteva contenere 30 guerrieri. Sembrava una nave per la sua lunghezza, coperta da squame di ferro con un rostro anteriore per agganciarsi agli steccati. Analogamente ai lati, vi erano catene con uncini da lanciare per la stessa funzione.

Fu solo un evento tanto particolare, quanto misterioso che portò lo scompiglio tra le file degli assalitori. La messa a fuoco del campo nemico, avvenne grazie ad alcuni ardimentosi che attraverso dei cunicoli, scavati anzitempo, poterono addentrarsi alle spalle degli assalitori e averla vinta sui pochi soldati rimasti a guardia. Le alte fiamme che subito si levarono tra le tende, distrussero in breve gli alloggiamenti e i soldati, temendo un attacco alle spalle, si dettero ad una precipitosa fuga. I viterbesi racchiusi dentro le mura, ebbero così l'opportunità di rompere l'assedio e distrussero sia le macchine da guerra che gli ostacoli a loto opposti.

A nulla valsero gli incitamenti di ricomporre le fila dell'esercito tedesco. Lo stesso Federico , nonostante il suo ardimento e le minacce profuse per ricondurre gli armigeri alla battaglia, vide con sgomento l dileguarsi delle sue truppe e sfuggirgli così la vittoria che credeva già in pugno.

Questa pesante sconfitta bruciò per Federico II per il mancato completamento del suo disegno sul territorio italiano e per quanto poi seguì nelle conseguenze dei suoi sudditi, trucidati con infamia. Egli lanciò l'anatema contro le mura di Viterbo con odio: ...le sue ossa non avrebbero trovato riposo nel sepolcro finché la proterva città non fosse stata castigata... ma questo non avvenne mai!

Il Gonfalone con la riproduzione dell’Assedio di Viterbo

Vessillo Imperiale e Vessillo Papale

Vessillo , scudi, armi

Federico II, è la figura più discussa del XIII secolo, si è trovato costretto a dover crearestabilità al suo dominio su gran parte dell’Europa. Nei suoi numerosi viaggi dal Nord verso la sua terra natia della Sicilia, Viterbo rappresentava una tappa e una base importante per dar slancio agli attacchi contro la Città di Roma, sede papale. Nella vita della Città di Viterbo si ricordano l’altenarsi delle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, in lotta tra di loro per il possesso della Città, e di come lo stesso Imperatore guidò le truppe all’assalto contro le mura nel lungo assedio del 1243.

Cardinale Raniero Capocci, , figura di nobile viterbese, difese la Città dall’Assedio dell’Imperatore Federico II.

Il Capitano del Popolo

Soldati miliziani: le armate dei soldati miliziani erano costituiti da vari ordini e gerarchie dell’esercito. Erano soldati per mestiere al soldo dei Signori che potevano pagare i loro servigi, armati di picca, alabarda, falce e spada, avevano uno scudo con il quale proteggersi, sul quale erano riprodotti gli emblemi dei loro Signori,

Balestriere e Arciere: Arcieri e balestrieri costituivano il nerbo della fanteria leggera, erano soldati con una abilità a volte eccezionale, capaci di scoccare una freccia ad oltre 100 metri di distanza, in grado di superare eventuali sbarramenti ed ostacoli.

Falconiere

Popolane, vestite umilmente con un abito da lavoro, costituito da una tunica, di colore chiaro, nei capelli c’è una copertura a cuffia che proteggeva la chioma senza costrizioni per il collo nelle varie attività lavorative, portano gli elementi della vita quotidiana: una cesta con i prodotti dell’orto, pane e dolci, l’orcio con l’acqua presa nella fontana.

© Realizzazione a cura del Comitato Centro Storico città di Viterbo anno 2007 - admin -